marzo 09, 2005

DARFUR
Villaggio di profughi nella provincia di Nyala
DSC_0009_exposure
DSC_0056_exposure
DSC_0088_exposure
DSC_0111_exposure
DSC_0051_exposure
DSC_0113_exposure
SUDAN
Campo profughi di Mayo, periferia di Karthoum
DSC_0051_exposure
DSC_0058_exposure
DSC_0011_exposure
DSC_0021_exposure
DSC_0043_exposure
DSC_0010_exposure

febbraio 06, 2005

SIMI

SIMI

Andateci adesso. Andateci anche se fa freddo, anche se le spiagge dovrete limitarvi a guardarle. Andateci da Rodi, che è lì a poco più di venti miglia di distanza. Andate a vedere la grazia e i colori pastello delle case sul porto, l’armonia elegante dei timpani, delle sculture di legno, dei vicoli ornati di pietre bianche e nere. Andateci in barca, adesso che il temibile Meltemi, il vento che spazza l’Egeo durante l’estate, sta riposando. E’ piccola Simi. Piccola e scabra come tutte le isole greche. Ma zeppa di tesori come uno scrigno, ricca di storia e di grazia come poche altre isole. Adesso che il cielo è più azzurro, e i colori più forti, Simi sembrerà più viva. Anche senza le folle chiassose che la percorrono nei mesi caldi.
Se ci andate ai primi di maggio potrete assistere all’antichissimo rito del koukoumas, la pantomima delle ragazze in cerca di marito. Se ci andate in pieno inverno invece troverete spiagge deserte sulle quali passeggiare, vicoli silenziosi, donne che scivolano in fretta lungo le scale che portano su a Chora. Cinquecento gradini che stroncano il fiato, a sbirciare dietro i muri che nascondo ville vecchie di cento anni e più. Le case dei marinai che tornavano ricchi dai loro lunghi viaggi. Case ricche di ombra e di giardini, di fiori e di silenzio. E i monasteri, che sono cento. Tanti per un’isola così piccola. Il più bello, il più importante è quello di San Michele, nella cui foresteria si può anche dormire, come in un antico e quieto albergo. San Michele è il protettore dei naviganti, oltre che patrono dell’isola. E dunque è pieno di modellini di navi in oro e argento, preghiere di marinai chiuse in vecchie bottiglie, ex voto che raffigurano temibili burrasche e piccole navi sul punto di affondare.
Un motorino affittato a pochi euro, e si va alla conquista dell’isola, lungo l’unica strada che la taglia in due. Sulla spiaggia di Nos, proprio sulla spiaggia di ciottoli che scivolano decisi verso l’acqua, invece costruivano le navi che avrebbero portato i soldati all’assedio di Troia. E secoli dopo, in pieno Medioevo, i cavalieri di San Giovanni arrivavano dalla vicina Rodi per fabbricare qui le loro agili galee. Perfino i turchi ordinavano ai carpentieri di Simi gli sciabecchi per le loro scorrerie. Era ricca, Simi. Per le navi, ma anche e soprattutto per le spugne che riempivano i suoi fondali e che si pescavano con uno sforzo terrificante: il pescatore scendeva verso il fondo con una pietra appesa al collo, afferrava una, due, tre spugne. Poi si liberava dal peso della pietra e guadagnava rapido la superficie. Una, due, tre, quattro volte al giorno, fino a che i polmoni reggevano all’immane sforzo. Fino a quando, nel 1865, Fotis Mastoridis non era tornato da un viaggio in India portando con sé uno scafandro da palombaro. Lo aveva fatto indossare a sua moglie Evgenia, nonostante fosse incinta, ed era riuscito a convincere i pescatori ad adoperarlo.
Eugenia, vuole la leggenda di Simi, aveva insistito per immergersi. Anzi, era stata lei a suggerire al marito di comperare lo scafandro. Perché Simi, isola delle spugne, è nota anche come l’isola delle donne: già nel 1600 le donne di Simi potevano divorziare, commerciare, amministrare patrimoni, viaggiare. Potevano studiare quando nel resto della Grecia era proibito, firmare atti giuridici e scrivere testamenti. Gli uomini andavano per mare, le donne gestivano il potere della loro comunità, arrivando addirittura a prestare soldi ai mariti per poter loro consentire l’allestimento delle barche. Prestiti che gli uomini dovevano poi restituire con gli interessi. Le spugne facevano ricca la gente di Simi, e permettevano di pagare ai turchi, signori dell’isola, tasse esagerate. In cambio della libertà.
Giuliano Gallo

KEY WEST

keywest

Le nuvole corrono veloci verso l’orizzonte, frettolose come se avessero un appuntamento. E correndo si trasformano, crescono e si fanno sempre più scure e possenti. Il sole combatte con loro, avvolgendole una ad una nella sua luce, facendole vivere per interminabili attimi. Poi cade giù di colpo oltre l’orizzonte, come inghiottito dalla terra. E le nuvole, finalmente placate, si dissolvono pigramente. Ma la luce, una luce che ha dentro tutte le sfumature del rosso, resiste ancora a lungo. Per ore. Poi viene la notte, e il rito può finalmente dirsi concluso. Domani sarà ancora così. E poi ancora, fino alla fine del tempo.
Si fa presto a dire tramonto. Puoi vederne a migliaia, in ogni angolo della terra, e sempre sentirai correrti lungo la schiena quel sottile brivido di apprensione, quel vago senso di sgomento che da sempre l’uomo avverte quando cala la notte. Ma i tramonti di Key West hanno qualcosa di diverso, qualcosa in più. Perchè portano con sè tutta la esagerata magnificenza dei Tropici, tutta l’arroganza di una natura che l’uomo non è mai riuscito a piegare. E allora il tramonto di Key West è un rito che si consuma in silenzio, ogni sera, dalle panchine di Mallory square: un rito primitivo, selvaggio. Senza niente di romantico.
I “conch” del resto non sono gente romantica. Ironici, smaliziati, beffardi. Ma romantici poco. I “conch” sono la gente che vive nelle Keys, le quarantatre isole che si sgranano, come un rosario incantato, nelle acque color smeraldo del Golfo del Messico. “Conch” sono le grosse conchiglie che costituiscono l’orgoglio e il piatto nazionale delle Keys. La gente di qui discende una stirpe di pirati e di ladri, e non se ne vergogna nemmeno un poco. Fino al 1820 queste isole erano un mondo a parte, dove dominavano capitan Blackbeard, capitan Kidd e capitan Black Caesar, leggendari bucanieri dei Caraibi. Un mondo dove si costruivano fari nei posti sbagliati, in modo da far naufragare le navi per poterle poi depredare. Una “disinvoltura” che aveva fatto delle Keys il paese più ricco d’America.
Nel 1820 gli Stati Uniti decisero di riportare legge e ordine nell’arcipelago, ma non riuscirono a cancellare mai del tutto lo spirito di strafottente indipendenza degli ex pirati. Uno spirito che è arrivato intatto fino ai giorni nostri: ogni anno, dal 18 al 27 di aprile, si celebra infatti a Key West le festa dell’indipendenza della repubblica di Conch. Una repubblica nata (per scherzo, s’intende) il 23 aprile del 1982. Con l’aspirazione di “mitigare le tensioni del mondo attraverso l’esercizio dello humor”, come recita la Costituzione della repubblica.
A Key West, la città più “tropicale” degli Stati Uniti, dovete arrivarci in automobile. Sarà un “viaggio di sogno”, come scriveva John Dos Passos al suo amico Ernest Hemingway. Sono 180 miglia lungo la Highway 1, lungo il percorso della vecchia ferrovia fatta costruire nel 1912 dal magnate americano Henry Flager. Un’impresa titanica: Flager aveva impiantato i suoi cantieri sull’acqua, a bordo di centinaia di barconi. Un gesto di sublime arroganza, che la natura aveva però provveduto ad infrangere: nel 1935 un devastante uragano aveva spazzato via la ferrovia. Ma l’uomo sa essere testardo. Così nel 1938 venne costruita, lungo percorso parallelo a quello della defunta ferrovia, la Highway 1.
Ecco, adesso ci siete. Cuba è solo a 90 miglia, l’America bianca è alle vostre spalle. Queste case di legno colorate di pastello, questi giardini lussureggianti di bouganville e di jacaranda, queste strade silenziose che tutti chiamano per nome (Duval, Margaret, William), questa luce esagerata sono Key West. Tropici vittoriani, come se ne possono vedere a Barbados. Tropici senza frenesia.
Lasciate la macchina, adesso. Affittatevi una bicicletta e andatevene a spasso. Lungo Grinnell street giù fino all’Oceano, o per Duval street a sbirciare le vetrine dei negozi eleganti. Ma poi piegate verso l’interno, e perdetevi nella quiete senza tempo delle vecchie case coloniali: sbirciate nei giardini, accarezzate con lo sguardo i colori tenui e allegri, lasciatevi invadere da un senso di pace che non pensavate di poter ancora sentire. Concedetevi anche una passeggiata al cimitero. Niente di troppo triste, per carità: i “conch” non hanno rispetto nemmeno per la morte. “Ve l’avevo detto che non mi sentivo bene”, ha fatto scrivere ad esempio un beffardo defunto sulla sua lapide.
E alla fine, se davvero tutta quella pace vi fa sentire troppo soli, tornate pure tra la civiltà: basta fermarsi per un “daiquiri” al Midget bar o da Sloppy Joe, gli unici due bar che Ernest Hemingway ha “veramente” frequentato. Non vi fate imbrogliare, tutti i bar di Key West vi diranno di essere stati il rifugio di Ernest. Ma non è vero. Lui andava solo da Sloppy Joe o al Midget.
Già, Hemingway. Era passato di qua nel ‘28. Doveva fermarsi un paio di giorni, c’era rimasto dieci anni. E la sua casa, al 907 di Whitehaed street, adesso è un museo che la vegetazione tropicale minaccia di inghiottire. Tutto sembra essersi fermato al 1939: i mobili sono gli stessi, lo studio è ancora lì, come se “papa” dovesse tornare da un momento all’altro da uno dei suoi viaggi. La scrivania ingombra di carte, la macchina da scrivere posata sulla vecchia scrivania. Tra gli alberi, cresciuti fino ad inghiottire quasi le delicate strutture della casa, si aggirano i discendenti dei “suoi” gatti. Sono gatti speciali, con sei artigli per zampa. Hemingway li voleva così, per un curioso vezzo senza spiegazioni. Loro sono sopravvissuti, si sono riprodotti con l’allegra esuberanza di tutti i gatti del mondo. Ma sembrano consapevoli del loro essere speciali. E vi guarderanno con il sovrano disprezzo di chi sa di essere diverso, di far parte della storia.
Giuliano Gallo

CAPRI

Capri

Bisogna far finta che l’isola sia solo un’ombra sul mare, un profilo atteso e salutato con gioia. Far finta che “dentro” non ci sia altro che dirupi e macchia, alberi e sentieri. Ignorare le case, le strade, le auto, il frenetico andirivieni dei traghetti. Bisogna viverla, se possibile, senza mettere mai piede a terra, accontentandosi di esplorarne i contorni, di scoprire le sue avare spiagge sbarcandovi a nuoto o con una piccola barca. Addentrandosi nelle grotte solo alla controra, quando le mille piccole barche di chi ha fretta sono tornate in porto. E poi gettare l’ancora, se il tempo dice che puoi farlo, ai piedi dei Faraglioni. C’è acqua profonda, le boe di un ristorante, l’ombra cupa dei tre giganti a farti da sentinella. E la mattina, prima che la frenesia riprenda, puoi gettarti in acqua senza ancora essere sveglio del tutto: il mare laverà via il sonno, e ti sembrerà di essere il padrone di tutto quello che vedi.
Capri è molte cose. Un immenso scoglio di assoluta bellezza, un luogo di mondanità, di apparenze, di gente che guarda senza vedere o che vive solo per essere vista. Poi però c’è il mare tutto intorno. Invivibile, a certe ore del giorno: le onde dei mille motoscafi creano burrasche effimere quanto micidiali, onde che si incrociano senza regola e senza rispetto, rumore di motori, odore cattivo di carburante. Ma la mattina presto e nel pomeriggio, prima che il sole se ne vada, il mare torna libero di respirare.
E allora si può guardare, intimoriti da tanta bellezza. Si può nuotare, o percorrere lentamente la costa scoscesa, fermandosi quando si vuole. Tuffarsi alla base dello Scoglio delle Sirene davanti a Marina Piccola, come hanno fatto da sempre i ragazzi dell’isola. O salire lentamente i gradini della Grotta Meravigliosa, per regalarsi l’immagine di uno spicchio di mare che incornicia la tua piccola barca rimasta sotto ad attenderti.
Ci sono 65 grotte, a Capri. Alcune celeberrime, quasi tutte con un nome che è leggenda: la Grotta azzurra, la Grotta Rossa, la Grotta Verde, la Grotta Oscura che una frana ha chiuso duecento anni fa, e che dicono fosse la più bella di tutte. Altre sono solo minuscoli pertugi senza nome, da conquistare a nuoto. Ce n’è una, poco più a est dei Faraglioni, che si raggiunge in poche bracciate: dentro è una minuscola grotta azzurra, sorella minore e sconosciuta di quella celebre e usurata. Anche qui la luce filtra da un foro sul fondo, regalando tutte le sfumature del turchese alla bassa volta. Ma è piccola, e per un attimo puoi pensare di averla scoperta tu, e puoi illuderti che sia solo tua.
Via allora, girando verso Est. All’inizio o alla fine dell’estate, perché è in quel tempo che la luce è più pura. Da Marina Grande verso Marina di Caterola, divenuta spiaggia solo grazie alle frane degli ultimi anni. Quel masso strano lì poco distante è lo Scoglio della Ricotta, quella fenditura invece è la Grotta del Bove Marino. Qui un tempo vivevano le foche monache, cacciate dal rumore e dall’arrogante curiosità dell’uomo. Lassù in alto ecco la villa di Tiberio, il primo a godere di tanta bellezza. Ancora Punta della Chiavica, la Baia di Matermania, disseminata di cento anfratti senza nome, tanti che ci vorrebbero mesi per esplorarli tutti. Ma la Grotta Bianca e la Grotta Meravigliosa non vanno assolutamente perse: nella prima c’è una scala per entrare nelle sue viscere, la seconda regala un cielo di stalattiti di straordinaria imponenza.
Su Punta Massello c’è una bassa casa rossa. E’ villa Malaparte, acquattata sugli scogli come se l’avesse costruita la natura invece che l’uomo. Stiamo scendendo verso sud, adesso. Ed ecco i Faraglioni, divenuti il simbolo dell’isola. Puoi passare con la tua piccola barca nell’arco di quello di mezzo, tuffarti ai piedi di uno qualunque di loro e provare il brivido di un blu che trascolora nel cobalto, con i raggi di sole che scendono rapidi verso il nulla, come tanti esili pescatori subacquei ricoperti d’oro.
La cala che si ti spalanca davanti è Marina Piccola, e anche qui altre grotte da scoprire, altra acqua nella quale lasciarsi scivolare. La Grotta dell’Arsenale, che i romani già conoscevano e adoperavano, la Grotta Oscura ormai perduta e ancora rimpianta, e più in là oltre Punta Ventroso la Grotta Verde, la Grotta Rossa e la Grotta dei Santi. Cala del Rio è un regalo di minuscole spiagge di sassi e sabbia fine, e la costa meno scoscesa regala il verde dei vigneti che sembrano voler scivolare lentamente in mare.
Prima di tornare in porto c’è la Grotta Azzurra. Troppo celebrata, troppo vista, troppo violentata da migliaia di uomini e donne frettolosi, senza più occhi per vedere. Con quell’interminabile corteo di barcaioli che la penetrano giorno dopo giorno, cercando di spiegare ai viandanti il perché di una bellezza senza spiegazioni. Bisognerebbe invece entrarci a nuoto, magari scorticandosi le spalle nello stretto pertugio. E restare qualche istante lì, al centro della luce che pare nascere dal nulla. Mettere il viso sott’acqua per carpire il segreto di quella luce. E poi, se avete una persona cara accanto, farsi regalare un bacio.
Raffaele La Capria, uno degli uomini che forse hanno amato e conosciuto più di tutti Capri, tanti anni fa aveva raccontato così il suo avvicinarsi solitario al cuore vero dell’isola: “…Allora sono entrato e dopo qualche momento ho visto l’azzurro. Saliva vivido dal fondo diradando l’oscurità del primo impatto e attraversava il buio come il fascio di luce di un riflettore. Mi parve che un immenso occhio marino mi avvolgesse in uno sguardo radioso. Ero stato ammesso nella parte più segreta dell’isola, là dove batte il suo cuore azzurro. Come un moscerino attratto dai fari di un’auto mi tuffai in quell’azzurro fluorescente. Le mie gambe muovendosi lo attizzavano come si attizza una brace e a ogni movimento l’azzurro si ravvivava e divampava…”.
Giuliano Gallo

DA PROPRIANO A PORTO VECCHIO

bonifacio

Andateci a settembre. Andateci quando anche l’ultimo turista si è arreso, ma l’estate ancora resiste agli assalti dell’autunno. Quando i colori sono più limpidi e il vento più fresco, senza però fare ancora paura. Andateci per mare, perché il sud della Corsica deve essere vissuto così, guardandolo dal mare, portati dal maestrale giù da Propriano a Bonifacio, e poi ancora a Lavezzi e infine su verso le braccia amiche di Porto Vecchio. Sarà un viaggio breve, ma lascerete pezzi di cuore sparsi lungo la costa. E sognerete solo di tornare fra i sassi tondi di Lavezzi, di rivedere le falesie infuocate dal tramonto a Bonifacio, di perdervi nei meandri di una costa disegnata da mille e mille anni di implacabili burrasche.
Propriano è solo un punto di partenza, un vecchio porto da cui un tempo partivano sughero e carbone, oggi ricovero delle barche che salgono e scendono lungo la costa occidentale, sfidando le ire del vento di nord-ovest. Noi andremo a sud, e sarà subito incanto: da Campomoro alla punta di Senetosa l’uomo ha lasciato il passo alla natura. Si è arreso da sempre, limitandosi a lasciare i suoi menhir sparsi lungo la costa, e costruendo torri di avvistamento per i nemici che arrivavano dal mare. Il resto è granito e macchia mediterranea, alte punte rocciose e silenziose, appartate calette dove far riposare la nostra barca. Quella lassù in alto è Sartene, che un tempo era ricca città di latifondisti: un borgo antico protetto ancora dalle mura vecchie di cinquecento anni.
Adesso invece il panorama si addolcisce, la costa si abbassa e le spiagge si fanno più ampie: la spiaggia d’Erbaju, la cala di Roccapina, la cala di Furnellu, la solitaria cala di Caniscione. Intorno le rocce levigate assumono l’aspetto di uomini e di animali, e con nomi di uomini e di animali le hanno battezzate: l’Omo di Cagna, il Leone di Roccapina. Il vento è il padrone, qui. Niente gli resiste, se non i bassi cespugli di lentischio e le stentate viti sulle balze. Il vento che ha disegnato le figure di pietra, che ha scagliato il mare contro il granito giorno dopo giorno, secolo dopo secolo, fino a frantumarlo, ad aprire ferite nei fianchi dei contrafforti.
E all’improvviso, messa la prua verso est, ecco la magìa di Bonifacio. Che puoi aver visto mille volte, ma che sempre ti emozionerà. Bonifacio invisibile, nascosta dietro due immani muraglie bianche striate di rosso. Bonifacio arrogante, con le sue mura possenti. Bonifacio l’orgogliosa, abituata da secoli a provvedere da sola ai propri bisogni, sopravvissuta ad assedi durati decenni e a pestilenze devastanti. Bonifacio bellissima, da scoprire metro dopo metro avanzando lungo il fiordo che man mano si allarga. E poi, una volta sbarcati, da esplorare inerpicandosi su per i vicoli stretti fino a salire in cima e scoprire, in un gioco di prospettiva che stordisce, le muraglie di calcare dall’alto. Passando dentro i carruggi del borgo genovese e le strade diritte della cittadella militare, ammirando i silos che servivano a conservare il grano e i collettori delle piogge che rifornivano di acqua le cisterne. E poi le macine, i frantoi, i forni. Tutto parla di un luogo diverso, orgoglioso della propria autonomia assoluta. E oltre, dal belvedere della Manichella, l’orizzonte la Sardegna, con in mezzo un braccio di mare che i marinai temono, rispettano e amano: le Bocche, le mitiche Bocche dove c’è sempre vento. La porta del Maestrale, l’imbuto delle burrasche più poderose che il Tirreno possa patire. In quel mare si sono perse centinaia di navi e di battelli, più che in ogni altro angolo del Mediterraneo. Forse è questo che ha fatto la gente di Bonifacio più dura che altrove.
In mare, adesso, il viaggio deve continuare. Quel faro grande è la punta di Capo Pertusato, il punto più meridionale della Corsica. E quell’ammasso di scogli lì verso prua è il luogo forse più bello del Mediterraneo, per molti del mondo: è Lavezzi, minuscolo, magico arcipelago figlio del vento. Pochi scogli rotondi, levigati fino all’impossibile. E arbusti asciutti, un asino e due cimiteri. Lì riposano i marinai della Semillante, fregata francese che in una notte del 1855 la burrasca aveva spinto su queste rocce. Morirono in 733, e la marina francese scelse di dividere le spoglie in due cimiteri, uno per gli ufficiali e un altro per i semplici marinai. Lavezzi è l’acqua di assoluta purezza delle sue minuscole baie, è la cima di una collina dove è facile arrampicarsi, è la sabbia fine delle spiagge, il grigio delle rocce che quasi sfuma nell’azzurro chiarissimo e poi nel blu profondo delle acque lontane. Lavezzi è il paradiso in terra dei marinai, l’isola che tutti vorrebbero trovare alla fine del proprio viaggio.
Più nord ancora, verso Cavallo. Isola chiusa, vietata ai comuni mortali. Bella come Lavezzi un tempo, oggi cosparsa di case per pochi, dotata di un piccolo aeroporto e di tante guardie private. Quel pugno di scogli di granito è invece l’arcipelago delle isole Cerbicali, riserva naturale da più di vent’anni. Ci vanno a nidificare gli uccelli, specie il gabbiano corso, simbolo dell’isola, che ancora oggi corre il rischio di sparire. Passata punta Chiappa, e lasciate alle spalle le spiagge selvatiche di Piccovaglia, ecco finalmente il golfo di Porto Vecchio, dominato dalle montagne alle sue spalle. D’inverno di coprono di neve, e nelle giornate serene puoi vederle anche dalla costa toscana. Porto Vecchio è difficile da penetrare, irto com’è di scogli. Ma basta seguire un buon portolano, e non ci saranno problemi. Una cittadella fortificata dai genovesi, dalla quale partivano le incursioni contro i pirati, un passato di malaria e di abbandono, Porto Vecchio non è un luogo lezioso, nonostante la ricchezza che il turismo ha portato. E’ una delle porte per penetrare nella Corsica e nella sua riservatezza. Ma il viaggio è finito, purtroppo. La barca adesso riposa in banchina, e forse sogna ancora le carezze delle piccole onde delle baie di Lavezzi.
Giuliano Gallo

RODI

rodi

La caverna sott’acqua nella piccola baia di Aghios Paulus a Lindos, dove vanno a nascondersi i tritoni di mare. La rosticceria del mercato di Mandraki, dove sui girarrosti cuociono carni profumate, da mangiare all’ombra di un fico vecchio di cent’anni. La spiaggia di Prassonissi, che solo d’estate unisce isola grande e isola piccola: mare scosso dal Meltemi da un lato, mare quieto dall’altro. Il tunnel di Epta Pighes, sette sorgenti che scorrono in un bosco di platani, e vanno a morire in un piccolo lago fresco e riparato. Petaludes, la valle delle farfalle, che a milioni dominano alberi secolari, ruscelli, cespugli. E basta battere le mani per colorare il cielo.
Cartoline da Rodi. Brandelli di ricordi, frammenti di emozioni per raccontare un’isola esageratamente ricca. Di storia, di luoghi, di atmosfere. Un’isola che puoi vivere come una grande Rimini, perdendoti fra grandi alberghi e grandi folle, o invece come un eremo nascosto, silenzioso e possente. Dipende solo da te, da dove scegli di andare. Strana isola, Rodi. Così carica di storia da barcollare sotto il peso del proprio passato: nata per essere luogo di commerci, costretta a vivere per secoli come fortezza. Assediata, bruciata, squassata da terrificanti terremoti. Ma capace ogni volta di risorgere. Ci sono passati i Fenici, i Micenei, i Dori, i Persiani. Ma soprattutto i Cavalieri di San Giovanni, che ci restarono per 213 anni, fino a quando Solimano il Magnifico, dopo sei mesi di assedio, li aveva costretti ad abbandonare le loro fortezze, e a rifugiarsi a Malta.
Di loro resta una città nella città, fatta di mura possenti e vicoli ombrosi, strade di ciottoli rotondi, cortili che si spalancano all’improvviso, palazzi austeri come coloro che li abitarono. E’ la città dei Cavalieri, con gli “auberges” dedicati a tutte le nazioni dalle quali i cavalieri provenivano. Intatta, per via del restauro forse fin troppo minuzioso voluto dal fascismo. Ma le atmosfere, quelle comunque rimangono. La suggestione di un balzo indietro nei secoli è così prepotente da straniare. Nemmeno i ristoranti i caffè aperti entro le mura riescono a spezzare l’incanto.
E in ogni caso, se l’atmosfera della città vecchia è troppo rarefatta, se quell’incombere di pietre è troppo faticoso da sopportare, basta scendere giù al Mandraki, al porto. Lì, entro le mura del mercato, Rodi sembra tornare quella che è sempre stata: una città di mercanti. La stessa frenesia di dieci secoli fa, la stessa lingua che decanta la freschezza del pesce e la dolcezza della frutta, gli spiedi che girano sul fuoco di legna gonfia di resina, perfino la musica sembra venire dal passato. Lì, all’imboccatura del porto, la leggenda vuole che sorgesse una delle sette meraviglie del mondo: il colosso di Rodi. Alto come un palazzo, rivestito di rame, un arco in una mano, una lancia nell’altra. Doveva rappresentare Helios, il dio del sole, marito della ninfa Rodo che aveva dato il suo nome all’isola. Ma del colosso non rimane nulla, se non la leggenda e il mistero che circondano la sua esistenza.
Nessuna leggenda invece, ma solide pietre a Lindos, dove i capitani di mare che fecero ricca l’isola costruivano le loro opulente case. Sono ancora tutte lì, in un luogo che è forse la cosa più bella che Rodi possa offrire. Piena di gente nei mesi d’estate, silenziosa e assorta negli altri. A piedi, o più comodamente a dorso d’asino, saliremo su fino all’Acropoli, e dalle mura merlate Lindos apparirà in tutto il suo splendore abbagliante: case bianche, cortili freschi di viti, facciate decorate con disegni di fiori e animali. E in fondo, il mare. Due baie, una grande e una piccola, con una minuscola chiesetta quasi affacciata sull’acqua. Qui, dice la leggenda, San Paolo sbarcò per diffondere la parola di Cristo in tutta Europa. Era la prima tappa dopo la fuga dalla Palestina.
Ma Rodi è grande, e nasconde decine di piccoli tesori. Le spiagge, ad esempio. Ampie, tranquille quelle della costa orientale, selvagge e tempestose quelle ad ovest, là dove batte il Meltemi. Sabbie si sassi colorati, di sabbia, piccole baie rocciose. Alcune facili, altre da conquistare: Kallithea famosa per le sue terme ormai distrutte, Faliraki che un tempo era il paradiso degli hippy, Lardos con un villaggio senza tempo, un bosco fitto e le sue lastre di granito nero.
E poi i villaggi di montagna, silenziosi anche in pieno agosto. Come Apolakia, a sud ovest, che nasconde in una chiesa del Duecento gli affreschi più antichi dell’isola. E da lassù le spiagge sembrano ancora più belle e più selvagge. Il Meltemi perde la sua forza nella fatica di scalare la montagna, e si trasforma in una brezza gentile. Il suo furore, che non ha mai fermato i marinai, rimane laggiù in basso. Ma il vero luogo magico, il posto che vale da solo tutto il viaggio, è forse Prassonissi, all’estremo sud dell’isola. Una penisola effimera, lunga otto chilometri, che termina con un isolotto sul quale sorge un faro abbandonato. La penisola d’estate è una spiaggia bifronte, calma da un lato e burrascosa dall’altro. D’inverno invece il mare la inghiotte, e il faro rimane lì solo e muto. Ed è allora che bisogna andarci.
Giuliano Gallo

SAMOA

samoa

“Sotto il cielo vasto e stellato / scavate la mia tomba e lasciatemi dormire.
/ Lieto sono vissuto e lietamente muoio. / Incidete questi versi per me: /
riposa qui dove desiderava riposare. / Il marinaio è tornato dal mare. /
Il cacciatore è tornato dalla collina.”. Così sta scritto sulla tomba di Robert
Louis Stevenson, in cima alla collina di Vaea. Quindici capi samoani portarono
il suo corpo su per il ripido sentiero scavato in una notte, seguiti da uomini
e donne che piangevano tusitala, il narratore. L’uomo che li aveva fatti
sognare raccontando le leggende della loro terra. E ancora oggi qualcuno
fugge fin qui come fece lo scrittore scozzese, in cerca dell’anima della
Polinesia. Perché è qui, a quattro mila miglia da tutto, fra le isole di Savaii
e Upolu, che la Polinesia conserva ancora, intatta, la sua essenza.
Qui si danza la siva sulle spiagge, e le donne disegnano nell’aria con
i loro corpi le nuvole, l’eterno viavai delle onde, il volo possente di un uccello.
Qui i fale, le case col tetto di paglia, non hanno pareti, ma solo tappeti intrecciati. E per stendersi su una delle spiagge bianche di corallo fine, devi chiedere il permesso al matai, il capo villaggio che possiede quel pezzo di isola. Sono 18 mila, i matai delle Samoa. Uno per ogni clan. Possiedono tutto quello che esiste, amministrano ricchez-za e potere. Nessuno può contestare la loro volontà, ma tutti possono ricorrere alla lo-ro saggezza. Da sempre, da quando il popolo di Samoa arrivò sulle piroghe scavate nei tronchi, dopo un lunghissimo viaggio: forse dalle Indie Orientali, forse dalla Ma-lesia, forse addirittura dalle Filippine. “Centro Sacro”, è il significato di Samoa nella loro lingua. Centro dell’orgoglio di essere stati marinai e guerrieri, pescatori e conta-dini, poeti e artigiani. Un onore al quale nessuno di loro è disposto a rinunciare. Così per i palagi, gli stranieri che arrivano fin qui, ci saranno sorrisi e gentilezza, ma an-che la richiesta ferma di rispettare le regole.
Dunque Upolu, l’isola più popolosa, non rinuncerà mai ai suoi ritmi sonnolenti. E le grandi spiagge, i boschi fitti, le cascate possenti saranno ogni volta una conquista, una meta da raggiungere. Pagando qualcosa al matai che la governa: una cifra più simbolica che reale. Sarà così a Vavau Beach, vicino al piccolo villaggio di Aufaga, per molti la più bella spiaggia di Upolu. E anche per Piula Pool, subito dopo Faleapu-na. Qui nuoterete in una pozza d’acqua dolce a pochi passi dal mare: da una sorgente sotterranea l’acqua sgorga pura, limpida, così cristallina che sarà come galleggiare sospesi nel nulla. Ma la spiaggia più straordinaria, sintesi e quintessenza della vera Polinesia, è Lalomanu, nel sud dell’isola. Una laguna eternamente quieta, orlata solo dal sobbollire del reef all’orizzonte, le palme che si spingono fino all’acqua, una tra-sparenza che credevi non esistere. Paradisi a (modesto) pagamento. Ma solo durante la settimana, perché la domenica è il giorno del Signore, e non si fa mercato di nulla. La fede, portata qui duecento anni fa da coraggiosi missionari, si è integrata perfetta-mente con le usanze millenarie dei samoani: Fa’avae i le Atua Samoa, le Samoa si fondano su Dio, dice il loro motto. E le chiese sparse fra i pendii stanno lì a confer-marlo.
Apia, la capitale, è una piccola città di case basse, annegate fra le palme e vigilata dal monte Vaea, dove riposa Stevenson. Un mondo di estenuata dolcezza, intatto. Il mer-cato di Apia ad esempio: rigurgita di frutti tropicali, di colori, di suoni, di volti che hanno il sapore di un tempo che pareva passato. E anche l’Aggie Gray’s Hotel, dove la storia è trascorsa fitta, sembra emergere da un altro tempo.
Ma per andare ancora più indietro, per vedere Upolu come la videro i primi coloniz-zatori, basta andare su per la Cross Island Road, la strada che taglia in due l’isola: lassù piovono le cascate sepolte nella foresta, da raggiungere aprendosi la strada a colpi di machete. Oppure prendere un traghetto e in un’ora appena raggiungere Sa-vaii, l’altra isola delle Samoa Occidentali. Qui la natura è padrona asoluta, e l’uomo è riuscito appena a sfiorarla. Nel cuore di Savaii, che un tempo si chiamava Hawaiki, si innalza il vulcano Silisili. Da uno dei suoi crateri, il Matavanu, le viscere della terra vomitarono fuoco per sei anni interi, dal 1905 al 1911. La più lunga e terribile eru-zione che la storia ricordi. Quel fiume di lava scese giù fino al mare, ricoprendo fore-ste e prati. E oggi regala spiagge nere di incomparabile fascino, che fanno sembrare l’acqua che le lambisce ancora più azzurra.
A sud Savaii è tutta così, brulla e spettrale come Lanzarote, la lontana so-rella delle Canarie, da sempre prigioniera dei suoi vulcani. A nord invece solo foreste immacolate, boschi impenetrabili solcati da pochi sentieri. Uno di questi porta alle cascate di Afu Aau, un salto d’acqua cristallina inca-strato nel verde smeraldo della foresta. Ma per capire quanto sia possente e indomabile la natura, bisogna arrivare a Cape Asuisui, vicino ad Alofaaga: dove le grandi onde dell’Oceano schiaffeggiano le rocce, penetrano nelle caverne che la loro forza ha scavato, e volano verso l’alto formando grandi quanto effimeri soffioni che paiono scaturire dal nulla. Narra una leggenda delle Samoa che quei soffi di mare sono la voce di un uomo, l’amante della principessa, figlia del re di Tonga, che chiama a gran voce il suo amore lontano. E a Tonga, sulla costa sud di Tongatapu, altri soffioni stanno a se-gnare il luogo dal quale la principessa risponde. Tutto qui è intessuto di leggende, a partire dalla nascita dell’arcipelago: Le Tagaloga, il dio su-premo, scagliò enormi pietre dal cielo, che divennero isole. E su queste isole scesero i padri della Polinesia, che ne fecero la loro dimora.
Quegli uomini piovuti dal cielo avevano i corpi disegnati di blu. Erano i segni del co-raggio e dell’orgoglio, ma anche un modo per incutere timore ai nemici. Quei segni fanno ancora parte della vita dei samoani: sono i pe’a, i tatuaggi. Vengono incisi sulla pelle con denti affilati di squalo, ricoprono il corpo dalla cintola in giù, fitti come a sembrare un abito. Ed ogni tufuga, maestro di tatuaggi, ha un suo disegno personale, che gli è stato tramandato dagli antenati.
Giuliano Gallo

ARCIPELAGO TOSCANO

pianosa

Essere prigionieri su un’isola è come essere prigionieri due volte. Perché nessun altro luogo della terra suggerisce l’idea di libertà quanto un’isola: un’isola è il punto d’arrivo, la fine della fatica del marinaio, il sogno di un volto amico o di una donna che ti accoglie. Ma un’isola è anche un luogo che ci si lascia alle spalle per navigare ancora, fino a sparire dietro l’orizzonte e diventare un ricordo. Un’isola è in qualche modo sinonimo di libertà, e dovrebbe incatenarti solo con la sua magìa, se ne possiede. Mai con delle catene vere. E invece ci sono isole che per secoli l’uomo ha scelto come prigioni per altri uomini, quasi a voler aumentare la pena che stava loro infliggendo.
Ma un’isola che diventa prigione è un’isola condannata a morte. Che sia bella o brutta, rigogliosa o brulla, un’isola prigione perde per sempre la sua anima.
E’ successo così anche per Capraia, Gorgona e Pianosa. Tre piccole isole dell’arcipelago Toscano, tre gioielli carichi di storia e di bellezza. Capraia è quella che si è liberata per prima del suo giogo di isola chiusa, Gorgona e Pianosa sono tornate libere solo da pochissimo tempo, ma sono ancora molto difficilmente accessibili. Ma diventeranno probabilmente parchi, perpetuando così il loro isolamento, restando di fatto inaccessibili ancora per chissà quanto tempo.
Delle tre, Capraia è la più grande, la più popolosa e la più aspra. I marinai del Tirreno la amano molto, perché consente anche i più timorosi, ai meno esperti, di raggiungere la Corsica usandola come sicuro trampolino. Una tappa intermedia in un viaggio che altrimenti può anche spaventare. Isola di pescatori e di pirati, di eremiti e di pescatori, Capraia è da millenni abituata a convivere con la propria povertà. Tanto che furono proprio i suoi abitanti a chiedere che venisse trasformata in colonia penale. Solo da qualche tempo, grazie ai timorosi marinai dell’estate, comincia a rifiorire un poco. Molti abitanti che l’avevano lasciata stanno tornando, qualche turista innamorato ha cominciato a restaurare vecchie case abbandonate. E il paese affacciato sul porto comincia lentamente a risorgere. La vecchia colonia penale è ancora là, sulla collina, a vigilare con la sua mole inquietante sulla rinascita di questo lembo di terra.
Capraia è un’isola da vivere per mare: le strade sono poche e faticose, le spiagge poche e irraggiungibili da terra. Il resto è rocce, anfratti, insenature profonde fra i calanchi costellati di antiche torri costruite per avvistare i pirati: la torre delle Barbici, la torre del Porto, la torre dello Zenòbito, la straordinaria torre di Scalo al Bagno, che custodisce con la sua mole una piccola spiaggia di rocce piatte. L’unica vera spiaggia di sabbia è a Cala della Mortola.
Gorgona invece è uno scoglio buttato in mezzo al mare, un magnifico scoglio solitario e abbandonato: lunga un chilometro e mezzo, larga ancora meno, alla fine degli anni ’70 contava appena 22 abitanti. E’ la più piccola ma anche la più bella delle tre. Ricca di lecci, ulivi, querce, frassini, circondata da un mare che pare strappato a quello di Sardegna. Per decine e decine di anni, dal 1869, è appartenuta al ministero della Giustizia, che ha a malapena tollerato la presenza di gente che non fosse guardia o prigioniero. Chi sceglieva di rimanere poteva muoversi solo fra i vicoli del minuscolo paese, 30 metri di passeggiata sul porto, 40 a salire lungo la collina. Nell’Ottocento, grazie ad un direttore intelligente, Gorgona era sembrata rifiorire: erano state costruite strade, erano stati terrazzati con immane fatica i fianchi delle colline, e i detenuti producevano un vino di eccellente qualità, erano state perfino piantate migliaia di piante di ulivo.
Poi tutto era finito nell’abbandono. Gli ulivi sono inselvatichiti, le terrazze divorate dall’erba, le viti non esistono quasi più. Crollate le due fortezze medicee che per decenni avevano ospitato i detenuti. Di recente, prima che il ministero decidesse di chiudere per sempre la colonia penale, avevano ricominciato a costruire una nuova prigione. Il materiale, racconta chi è riuscito a sbarcare a Gorgona di recente, è ancora tutto lì, in una valletta alle spalle della Costa dei Gabbiani. Eppure Gorgona meriterebbe di più, perché è bella davvero. Bella come Montecristo, bella come qualche parte di Corsica, bella come la sua isola madre, l’Elba.
Pianosa invece ha un solo vanto: un porticciolo minuscolo e magnifico, capace di contenere dieci piccole barche, orlato di casette dell’Ottocento conservate con cura. Un gioiello in fondo inutile, vuoto di barche e di anime.
Ma anche qui le acque intorno regalano emozioni intense.
Cale basse, perché Pianosa fedele al suo nome è uno scoglio che assomiglia ad una tavola, insenature dolci e colori struggenti. Il punto più alto dell’isola non arriva a 27 metri. Il resto è bassa macchia mediterranea, senza nemmeno un albero. Rovi che ricoprono i resti della villa che si vuole appartenuta ad Agrippa Postumo, vigneti bassi che ancora producono qualche botte di vino. Una sola spiaggia accessibile, teoricamente, da terra: Cala Giovanna. Anni fa qualcuno aveva pensato di costruire a Pianosa una centrale nucleare. Naturalmente non se n’è fatto più nulla, ma l’idea fa venire i brividi ancora oggi, solo a pensarci.
Giuliano Gallo

USTICA

ustica

Il paradiso è là sotto, appena oltre quella lastra di cristallo liquido: sciami di alici, ricciole, piccoli tonni, murene, lampughe che nuotano quieti fra le gorgonie e i banchi di spugne gialle. Ogni tanto gli sciami si aprono, per lasciare spazio alle enormi cernie che avanzano sicure e placide, oppure ai guizzi dei piccoli barracuda che qui chiamano “aluzzi”. Non occorre nemmeno scendere nel profondo, per godere dello spettacolo. Basta pinneggiare quieti con la maschera appena sul pelo dell’acqua. Ed è tutto lì, un mondo magico e intatto immerso in un’acqua che è la più pura e limpida del Mediterraneo. Forse del mondo intero. Questo offre Ustica a chi sceglie di approdarvi. Questo e una quiete che non pare di questi tempi, lontana anni luce dai clamori delle altre Eolie, dalle discoteche, dai motori che rombano impotenti lungo strade troppo strette per loro.
Forse era questa la vera maga Circe di cui parla Omero. Forse Ulisse rimase prigioniero di questi incanti, piuttosto che di una donna, per quanto bella potesse essere. Forse erano stati il colore incredibile del mare, il nero delle rocce e il verde dei pochi alberi a stregare il marinaio irrequieto. Del resto nello scorrere dei secoli sono passati di qua Fenici, Romani, Borboni, pirati. E tutti hanno lasciato la loro impronta su questo tronco di vulcano spento, che peraltro era abitato già 1550 anni prima di Cristo.
Ustica è l’essenza di quello che un’isola dovrebbe essere: l’asprezza dei suoi approdi, tutti da conquistare, la dolcezza delle sue acque calde, la fierezza non scontrosa dei suoi abitanti. E le dimensioni umane, percorribili senza timore di perdersi. Da punta Gavazzi a Punta Omo Morto sono solo una manciata di chilometri: tutta l’isola occupa solo 8 chilometri quadrati e per girarle intorno basta percorrerne appena 12. Una piccola perla nera.
Ustica è per chi va sott’acqua, per i subacquei. Ma non solo. Riserva naturale marina da quasi vent’anni, non protegge però ossessivamente i suoi tesori, come altre isole sono costrette a fare da leggi miopi e sciocche. Come Montecristo, dove approdano solo pochi privilegiati. O come l’Asinara, per anni temibile prigione, oggi inaccessibile scoglio irto di splendori segreti. Anche Ustica era una prigione. Anzi, un confino. Fin dalla fine del ‘700, dal tempo dei Borboni. Vi sono passati uomini che hanno fatto la storia, come Antonio Gramsci, Ferruccio Parri e i fratelli Rosselli, spediti lì da un regime che aveva paura di loro e delle loro idee. Finito il fascismo, Ustica è rimasto bagno penale fino al 1961. Sono passati di qua migliaia di deportati, qualcuno è rimasto e ha messo su famiglia.
Ma è storia antica, ormai. Adesso l’isola offre solo i suoi incanti, e non più l’inaccessibile sicurezza delle sue coste, più sicura di qualunque cancello a sbarre. Con parsimonia, attenzione e rispetto si può visitarla tutta, con poche restrizioni. Per i sub ci sono quindici percorsi naturalistici sommersi, che si possono percorrere anche in apnea. Sott’acqua tabelle fisse spiegano cosa sono i reperti che giacciono sul fondo (che miracolosamente nessuno cerca di rubare), che tipo di vegetazione c’è, che pesci sono quelli che vengono ad accarezzarti la maschera. Spiagge invece ce ne sono poche, e tutte da conquistare con un po’ di fatica, a meno di non avere una barca: da Cala Sidoti parte uno dei percorsi di snorkeling guidato, a passo della Madonna c’è una minuscola, deliziosa spiaggetta di ciottoli bianchi che si raggiunge solo dal mare, così come a punta Galera e a punta dell’Arpa.
La Guida Blu dei mari puliti ha assegnato a Ustica cinque bandierine, il punteggio massimo ottenuto da una spiaggia italiana. E non solo per i fondali: contano anche i nuovi autobus elettrici, i sistemi di smaltimento dei rifiuti, la compatibilità delle case con il paesaggio. Già, le case. Molte, moltissime, sono affrescate con disegni allegri e belli. Alcune da molti anni, e i disegni sono opera di grandi artisti come Aldo Riso e Salvatore Fiume. Altri invece sono più recenti, opera degli studenti della Scuola di Belle Arti di Palermo.
La sera, per smaltire le fatiche e le emozioni accumulate durante il giorno, si va tutti in cima al paese, a piazza Umberto I, di fronte alla vecchia chiesa. Quella casetta rosa con le persiane verdi era la casa di Antonio Gramsci, ma a pochi oggi sembra interessare. Attirano di più i tavolini del bar Centrale, che occupano la piazza trasformata in salotto. Una granita di gelso, un gelo di mellone, quattro chiacchiere sui fondali più belli. Ed è già ora di andare a letto. Vita semplice, come una volta. C’è anche quel dolore recente e segreto, quell’aereo caduto in queste acque 23 anni fa, con 81 innocenti a bordo. Il 27 giugno di ogni anno gli abitanti di Ustica dedicano a quei morti una preghiera e uno sguardo all’acqua. Poi vanno avanti con la loro vita, come sempre.
Giuliano Gallo

ELBA

elba

"...In faccia alla città di Populonia, nel mar Tirreno, è situata l'isola di Aethalia, così chiamata per la quantità di fuliggine che vi si produce... Vi si trova molto minerale di ferro, che si scava per ricavarne il metallo. Gli operai addetti a questi lavoro spezzano la vena e ne cuociono i pezzi così divisi in fornelli particolari, costruiti con arte... Questo ferro è acquistato a prezzo di argento o in cambio di mercanzie da mercanti...". Così, nel VII secolo, Diodoro Siculo raccontava l'Elba, che i greci chiamavano Aethalia, "fuligginosa". Che strana isola, l'Elba. Strana, affascinante e difficile da raccontare. Forse per via della sua storia, ricca, complessa e travagliata. O forse invece perchè è lì da sempre: così vicina, così semplice da raggiungere e da vivere.
L'Elba sembra non portare con se il mistero che circonda tutte le isole, quella sensazione di indeterminatezza che sta alla base del loro fascino. Forse perchè fino a 12 mila anni fa era solo una penisola, collegata alla terraferma da una striscia di terra che si era andata facendo sempre più sottile. Poi il mare era salito fino a sommergere quell'esile cordone, e quelle tre miglia di distanza erano diventate acqua. Un capriccio della natura che aveva però lasciato l'isola a portata di mano, facile da raggiungere anche con le incerte navi dei primi marinai del Tirreno.
Lungo i suoi 147 chilometri di coste nel corso dei secoli sono passati tutti: i greci, gli Ilvati, i barbari, i saraceni, gli spagnoli, i francesi. E tutti avevano scavato nelle sue viscere per estrarne ricchezza: perchè l'Elba è uno straordinario concentrato di minerali preziosi, un'amalgama di rocce che racchiudono tesori. "Un museo naturale - scriveva negli anni Venti uno studioso - nel quale si trova adunato e come preordinato da una mente superiore, a vantaggio dei cultori delle scienze geologiche e mineralogiche, tutto il materiale necessario ai loro studi". Ma fra i 150 minerali scoperti nel corso dei secoli, quello che all'uomo è sempre interessato di più è il ferro. Il ferro per le spade, il ferro per gli utensili, il ferro prezioso come l'argento. Per i romani ad esempio, impegnati nelle estenuanti guerre puniche, l'Elba era la principale fonte di approvvigionamento del prezioso minerale.
Oggi le miniere sono chiuse. Restano gli scheletri contorti delle attrezzature, che molti sognano di trasformare in un museo a cielo aperto della civiltà industriale, i pontili diroccati ai quali attraccavano incessanti le navi. Restano, sparse per le vallate dell'isola, le tracce degli antichissimi forni usati dagli etruschi per fondere il ferro. L'epopea delle miniere, fatta di fatica e di lotte, ma anche di ricchezza e orgoglio, è finita per sempre. Quello che rimane è un'isola di incomparabile bellezza, ornata di boschi dolomitici e macchia mediterranea, impreziosita da una collana di spiage che nemmeno la selvaggia speculazione edilizia degli anni Sessanta è riuscita a cancellare del tutto. Un'isola amichevole, facile, comoda e piena di scoperte possibili.
Otto paesi sparsi lungo le coste e nell'interno, altri paesini minuscoli arrampicati sulle pendici di monti, 28 mila abitanti che vivono in gran parte nelle campagne, un'offerta infinita di luoghi di pace: il silenzio e la solitudine di Nisporto, la quiete senza tempo di San Piero, la confusione allegra di Porto Azzurro o di Procchio. E per chi arriva dal mare, magari in un autunno ancora caldo e felice, la scoperta di una costa straordinaria. Gettate ad esempio l'ancora di fronte a Chiessi, specchiatevi nel minuscolo villaggio costruito su lastroni di granito che sembrano voler scivolare in mare. O invece prendete terra a Punta Polveraia, arrampicatevi per qualche decina di metri e provate a sedervi su quella che chiamano "la sedia di Napoleone": uno scoglio dove, racconta una leggenda elbana, l'imperatore in esilio sedeva a contemplare il profilo della sua amata Corsica.
Se invece la confusione non vi spaventa, ma (a piccole dosi) vi mette allegria, allora potete perdervi nei vicoli di Portoferraio, la capitale. Curiosando nell'opulento mercato coperto, andando a caccia di ristoranti quasi invisibili, regalandovi una piccola collezione di pietre dell'isola. E infine salendo timorosi fino alla città medicea, ai forti che Cosimo de' Medici fece costruire sui resti del paese di Ferraia, distrutto da un'incursione di pirati saraceni. Ma a Portoferraio non riuscirete sicuramente a sfuggire al fascino di Napoleone Bonaparte. All'Elba l'imperatore era rimasto appena dieci mesi. Niente, rispetto ai 3 mila anni di storia che l'isola porta sulle spalle. Eppure pochi resistono alla tentazione di varcare il cancello della palazzina dei Mulini, la semplice casa che domina il paese e che aveva ospitato l'ingombrante esule.
Ma c'è un luogo, in quest'isola che tutti pensano di conoscere, che forse incanta più di ogni altro: è l'isola dei Topi, poco più di uno scoglio davanti al promontorio di Capo Castello. Fra l'isola grande e la piccola isola c'è una baia costellata di spiagge minuscole, tutte di sassi bianchi. Ecco, lì è bello fermare la propria barca in un mattino di settembre, gettarsi nell'acqua che pare cristallo liquido e nuotare pigri verso i pini che sovrastano il Capo.
Giuliano Gallo

INCORONATE

incoronate

La storia le ha ferite, umiliate, distrutte, saccheggiate. Ancora ieri. La storia, la stessa storia, le ha rese ricche di tesori, opulente, bellissime. Da Split a Dubrovnik, l'antica Spalato e la nobile Ragusa, lungo le vie d'acqua battute dai romani e dai veneziani, dai francesi e dai turchi, dagli austriaci e dagli italiani: le ultime isole della Croazia, una collana di paradisi diversi eppure uguali. Solta, Brac, Hvar, Vis, Korcula, Lastovo, Mljet. Nomi aspri e gutturali per luoghi che fanno parte di noi. Le chiamavamo Brazza, Lesina, Lissa, Curzola, Meleda. La gente parlava la nostra lingua e i nostri dialetti, qualcuno lo ricorda ancora. Di noi restano i palazzi, gli arsenali, i teatri, i teatri e le arene. La natura invece l'ha costruita il tempo: foreste di pini di Aleppo, macchie di lavanda, insenature solitarie ornate di sabbia fine e chiara, minuscole baie e delicati laghetti, acque chiare che sfumano nel blu.
E un viaggio per mare, sulle rotte che le orgogliose galere veneziane hanno percorso per centinaia di anni. Un viaggio quieto. La bora arriva quaggiù dopo aver solcato tutto l'Adriatico, e la sua forza sembra essersi consumata per strada. Il mare, stretto tra le isole, è calmo. Da Split, dunque. Abbiamo lasciato la barca nel porticciolo di Uvala Baluni, e prima di partire dedichiamo un giorno almeno alla vecchia Spalato bianca di marmi e di sole. Piccolo villaggio di coloni siracusani (c'erano arrivati quattro secoli prima di Cristo), Spalato aveva colpito al cuore l'imperatore Diocleziano, nato poco lontano, a Salona. Nel 293, sentendosi vicino alla fine, aveva deciso di costruirsi un palazzo nel quale morire. Oggi quel palazzo, sopravvissuto a mille e settecento anni di guerre e saccheggi, è il cuore di Spalato: mura alte 28 metri, spesse 2, un "castrum" perfetto al quale però aveva messo mano anche un ignoto architetto orientale. Poi, nei secoli, il palazzo si era andato man mano ornando di dettagli gotici, e poi ancora barocchi.
Ma via adesso, è tempo di prendere il largo. Verso la piccola e appartata Solta, difesa dalle alte pareti a falesia, ornata da un mare straordinario. E, chissà perchè, quasi ignorata dal turismo. Una breve sosta a Rogac, piccolo porto e minuscolo paese, una visita alle rovine del forte del Seicento, poi andremo a Maslinica, porto di pescatori fuori dal tempo, abbracciato dai pini. Ci attendono le spiagge di Brac, isola grande e dolce: lunghe spiagge dove camminare per ore, ancora pinete entro le quali perdersi tra il frinire delle cicale e il profumo del muschio, del mirto e della resina. Brac è l'isola del marmo più bello che l'uomo abbia mai scoperto: con le sue pietre è stata costruita la Casa Bianca di Washington, ma anche il Reichstag di Berlino. E poi centinaia di palazzi a Venezia, a Spalazo, a Dubrovnik. Forse, chissà, perfino la Roma imperiale era fatta di marmo di Brac.
Ma è a Hvar che lascerete un pezzo di cuore. Hvar, Lesina, lunga e stretta, verde e bianca e azzurra e odorosa di lavanda. Hvar dove non piove mai. Duemila e settecento ore di sole l'anno, e negli alberghi c'è scritto: "in caso di pioggia, l'albergo è gratis". Una lunga teoria di colline che digradano dolci verso settentrione, per spezzarsi in un'infinita teoria di baie e villaggi. Hvar con il suo arsenale veneziano, che conserva ancora la polena di una galea che ha combattuto a Lepanto. Hvar e il suo minuscolo, delizioso teatro, costruito nel 1612 dal conte Pietro Semitecolo. Stari Grad, città vecchia, è il paese di Havr dove forse vorremmo passare gli ultini giorni: un fiordo lungo, case bianche sulle rive e tanti piccoli ponti che le tengono unite, vie lastricate di pietra, tanta pace. E in primavera, quando fiorisce la lavanda, le colline si vestono di viola, l'aria sembra impregnata di quel profumo gentile.
E tardi, purtroppo. bisogna andare a sud, Dubrovnik ci aspetta. Prima però una sosta a Korcula, l'antica Curzola. La più verde di tutte. Pini di Aleppo, cipressi, querce maestose, ulivi selvatici. E poi vigneti, alberi da frutta, solcati da sentieri vecchi di duemila anni e forse più. In fondo, da qualunque collina, il mare. Qui nascevano i maestri del marmo, gli uomini che hanno fatto unica Venezia, qui la repubblica Genova umiliò quella Veneta nel 1298. Portandosi via prigioniero anche Marco Polo, che forse - così vuole la leggenda - è nato proprio qui. Ancora una tappa, a Mljet. Meleda, straordinario parco nazionale sopravvissuto a tutto. Un isola con due laghi nel mezzo, e in mezzo ad uno dei laghi un'altra isola ancora, minuscola. Con sopra un antico convento del 1100. Uno straordinario gioco di specchi e di seduzioni.
Le ferite di Dubrovnik si vedono dal mare. Lì dove i tetti sembrano più rossi sono cadute le bombe, e quelle pietre più bianche segnano i palazzi che la furia della guerra aveva demolito: 2000 colpi in un solo, maledetto giorno, il 6 dicmebre del 1991. "Patrimonio dell'umanità", era stata proclamata Dubrovnik. Di quale umanità? Adesso Ragusa è tornata a splendere come prima, lungo lo "stradun", il solco che taglia in due la cittadella fortificata, sono tornati i tavolini dei caffè e dei ristoranti. E la sera, quando la luce si fa radente, le pietre bianche paiono diventare di vetro, bagnate dalla luce del giorno che muore. Passeggiate lungo le mura, prima di lasciarla, perdetevi nell'intrico di palazzi austeri e insieme allegri. Fermatevi della "placa", che qui chiamano "plaza", con dolce cantilena veneziana. E pensate che l'uomo, capace di costruire tutto questo, è stato anche capace di distruggerlo.
Giuliano Gallo

AZZORRE

azzorre

Navi di pietra, che il ventre della terra ha scagliato nel mezzo dell’Atlantico. Figlie di vulcani, ultime terre apparse. Accadde duemila anni prima di Cristo, una manciata di secoli appena. Verdi più dell’Irlanda, percosse da un vento che non conosce ostacoli, ricche di storia e di quiete. Isole difficili, le Azzorre. Isole da conquistare una ad una, da vivere con ritmi che forse abbiamo perduto. Isole solitarie. Quando cala la notte, e si accendono le luci sull’arcipelago, capisci che non è un evento banale: in quelle luci sembra di avvertire il calore di una vicinanza, la consapevolezza di un destino diverso, di una solitudine condivisa. Nove isole, diverse e pure uguali. La grande Sao Miguel, la capitale, a oriente. Più a sud la piccola Santa Maria, a ovest Pico, Terceira, Fajal, Sao Jorge e Graciosa, strette una all’altra quasi volessero tenersi compagnia. E ancora più a ovest, lontane, appartate, Flores e la minuscola Corvo. Quattrocento abitanti appena, vigneti e muli, la vita ferma a tanto tempo fa.
Nel 1812, al largo di San Miguel ne era comparsa un’altra, poco più di uno scoglio. Il capitano Tillard, della Reale Marina Inglese, si era affrettato a piantarvi l’Union Jack, e a battezzarla Sabrina, dal nome della sua nave. Ma poche settimane dopo l’isola era stata di nuovo inghiottita dall’oceano. Vederle dal mare lascia sollevati e sgomenti i marinai: perchè quei muri alti di lava nera danno il senso della potenza della natura, ma chi le avvicina sa che troverà riparo alla furia del mare.
Non c’è estate e non c’è inverno, alle Azzorre: solo una calda, continua primavera. E poi ogni isola ha uno suo clima particolare, legato ai venti, alle montagne. “Açores” è il nome portoghese dei grandi falchi che i primi marinai videro roteare sopra le loro navi, e Açores fu il nome che venne dato alle isole. I primi a parlare della loro esistenza furono, nel 1351, dei naufraghi. Ma probabilmente le avevano già scoperte i mercanti fenici. Solo nel 1420 i portoghesi avevano però deciso di andare alla loro scoperta. Cristoforo Colombo stava per aprire la via delle Americhe, e l’intuizione dei portoghesi avrebbe trasformato le “isole del mare”, popolate solo di uccelli, in un avamposto prezioso.
Oggi le Azzorre fanno parte, per quanto paradossale possa sembrare, della Comunità Europea. Vivono ancora di agricoltura come cento anni fa, pascolano bovini nelle valli e producono un vino figlio della lava, dolce e forte: il “verdelho” di Pico era il vino preferito degli zar. Turismo? Sì certo, ma non di massa: gli aerei arrivano tutti i giorni, gli alberghi ci sono e alcuni sono anche molto belli, ma chi si muove in branco con la cinepresa al collo cerca emozioni più facili. E invece le Azzorre non sono facili, sono isole da conquistare un giorno dopo l’altro. Quando tira il vento ad esempio, la vita delle isole sembra paralizzarsi: decollano a fatica i piccoli aerei che collegano un’isola all’altra, il mare si fa improbo, le strade diventano inospitali.
E allora puoi correre a rifugiarti in una chiesa, una delle centinaia di magnifiche chiese che costellano l’arcipelago. Una religiosità gioiosa, tutta latina, pervade l’animo quieto degli isolani. E la festa dello Spirito Santo si ripete in tutte le isole mescolandosi a balli e corse di tori, grandi bevute e corse di barche sul mare. Le chiese, bianche e nere, opulente di legni dorati, custodi di straordinari tesori barocchi, vengono pulite con amore: le donne lavano i pavimenti, gli uomini provvedono alle pareti esterne, arrivando a pulire persino i campanili.
Le Azzorre sono state per quasi due secoli isole di balenieri: i marinai americani di Nantucket, arrivati nell’arcipelago, avevano subito scopeto la straordinaria abilità di questi contadini nel cacciare gli enormi mammiferi, e ne avevano naturalmente approfittato. I balenieri delle Azzorre venivano soprattutto da Pico, l’isola-montagna, la più alta e scoscesa. “Non si sa bene perchè - scriveva Herman Melville in Moby Dick - ma è un fatto che gli isolani sono i balenieri migliori”. I bote, le minuscole lance di legno, inseguivano le balene nelle acque agitate dell’arcipelago, fino a quando saettava l’arpione: era una lotta alla pari, l’uomo e il gigante. Oggi di quei giorni rimane solo un piccolo straordinario museo a Lajes: una piccola casa di legno che ospita migliaia di scrimshaw, gli oggetti che che i balenieri intagliavano nei denti e nelle ossa delle loro prede.
Difficile, quasi impossibile raccontare le isole una ad una. Troppo diverse, troppo ricche di fascino. Vagate da una all’altra, se ne avete il tempo. Lasciatevi incantare dalle infinite siepi di ortensie fiorite che dividono i campi, perdetevi nella magìa dei cento laghi vulcanici dai colori impossibili, ammirate i graffiti di Horta, dove ogni marinaio ha dipinto sui muri del porto il suo sollievo. Ma se davvero volete catturare l’anima delle Azzorre, fermatevi a Corvo, la più piccola e la più lontana delle isole: sei chilometri e mezzo per quattro, diciassette chilometri di incanto assoluto, di quiete, di dolcezza senza tempo. Ascoltate il portoghese antico della gente, sedetevi ai tavoli del Cafè Primavera e lasciate che il tempo vi scivoli addosso.
Giuliano Gallo

MALTA

MALTA

Se qualcuno vi dice che è troppo brulla, che non ci sono alberi né fiumi, non dategli retta. E’ vero, non è un’isola verde. Ma chi l’ha detto che il fascino di un’isola deve essere legato per forza agli alberi? Anche molte isole greche sono scabre, anche le isole Incoronate offrono solo il fascino lunare della loro assoluta nudità. Il fatto è che Malta è una scheggia d’Africa scagliata in mezzo al mare, è un luogo di emozioni forti, solari. Malta è un crocevia, dove la gente non sa ancora decidere se il suo destino deve guardare all’Europa o invece verso sud. La storia è passata di qua mille volte, ed ha lasciato mille segni.
E poi Malta, se non riuscite a sopravvivere senza alberi, ha una sorella minore che ne possiede in abbondanza: è Gozo, l’altra isola. Lì troverete campi coltivati e profumo di oleandri, antichi villaggi e mare verde. E soprattutto tanta quiete, quella quiete che a Malta invece manca, specie in estate. E infine c’è Comino, la più piccola dell’arcipelago: un albergo e tre abitanti, baie da sogno e un’acqua perennemente calda. Perché qui l’estate dura a lungo, anche fino alla fine di ottobre. E passata la follia di agosto, con le raffiche di scirocco (lo chiamano xlokk) a rendere rovente l’aria, l’arcipelago vi regalerà tutta la sua bellezza.
Come sempre succede nelle isole, la storia si cristallizza, si stratifica, diventa la base della vita dei suoi abitanti. E anche Malta, che ha una storia infinita di dominazioni, ha ingoiato il suo passato. Il malti, la lingua delle isole, è ad esempio un impasto straordinario di arabo e italiano arcaico. Ma l’aspetto esteriore è invece rigorosamente inglese: inglesi molti cibi (anche se contaminati dalla sapida cucina araba), inglese la lingua parlata da tutti, inglese la guida delle automobili. Fino a qualche anno fa lo Yacht Club di Malta inalberava una scritta carica di nostalgia: “formerly Royal Yacht Club”, una volta eravamo uno Yacht Club Reale. E, indifferenti al caldo, compiti camerieri servivano a mezzogiorno uno straordinario rosbiff made in England. Ovviamente con contorno di patate al forno.
Ma il cuore di Malta, La Valletta, porta sulla pelle il marchio inconfondibile dei Cavalieri del Sacro militare ordine: fuggiti dalla Terrasanta nel 1291 i monaci guerrieri si erano prima trasferiti a Rodi, da dove Solimano il Magnifico li aveva definitivamente scacciati nel 1522, non prima di aver concesso loro l’onore delle armi. E qui finalmente erano riusciti a fermare le orde dei Turchi: 600 cavalieri e 9 mila soldati contro 193 navi con a bordo 40 mila armati. Un epico assedio durato due mesi, al termine del quale la flotta Turca aveva abbandonato l’isola. E i forti che vissero quei giorni gloriosi sono ancora lì, tutti in piedi. Il porto è munito e temibile come se i Turchi dovessero tornare da un momento all’altro, i bastioni di tufo ingiallito resistono impavidi all’assalto del tempo.
Per ritrovare intatta l’atmosfera di quei giorni bisogna però lasciare Valletta, e arrivare fino a Mdina, l’antica capitale nel cuore dell’isola: edifici normanni, palazzi del Cinquecento, chiese barocche e neoclassiche lungo strade lastricate di pietra. Entro le mura non entrano auto, e dunque l’illusione di essere tornati indietro nei secoli è intatta. Ma la gemma più preziosa dell’isola, quella che da sola vale un viaggio, è nascosta nella cattedrale di San Giovanni: è un quadro del Caravaggio, il più grande dei suoi dipinti. Fuggito da Roma si era rifugiato quaggiù nel 1608, e aveva regalato alla chiesa una Decollazione di San Giovanni Battista nella quale aveva riversato tutta la sua inaudita potenza di pittore, tutta la sua maestrìa nel giocare con la luce.
Ma non c’è solo un quadro, da vedere. Ci sono le mille botteghe degli artigiani della ceramica, dell’argento e della filigrana. Dei vetrai e degli ebanisti, dei restauratori e dei doratori. Raccolte quasi tutte nei vecchi hangar dove la Royal Air Force nascondeva durante la seconda guerra mondiale i suoi aeroplani. I negozi invece stanno tutti raggruppati lungo Republic street, che taglia in due il cuore di Valletta.
Ma ora basta case, strade, negozi. Questa è un’isola, fa caldo, e intorno c’è tanto mare. A Gozo, allora. Mezz’ora di traghetto appena, e siamo arrivati. Qui Ulisse, dice il poeta, rimase per sette anni intrappolato dalle grazie di Calipso. Ma forse anche la bellezza dei luoghi aveva influito sulla decisione dell’eroe. Una bellezza che nemmeno la dissennata politica edilizia è riuscita a cancellare del tutto. Gozo è lunga appena 14 chilometri e larga la metà. Bassa sull’orizzonte, le colline decorate dai campi di cipolla e pomodori, un cielo di incredibile azzurro a far da coperta. Ci sono troppe case, per esempio a Malsform che chiamano con ironia “la piccola Rimini”. Ma basta arrivare a Dweira per trovare la spiaggia che sognavate approdando su questo lembo di terra: sabbia rossa, rocce a picco, una trasparenza assoluta dell’acqua.
Bisognerebbe raccontare ancora dei villaggi sulle colline, con i vicoli bianchi che nascondono giardini incantati. O della piccola Comino solitaria, con le sue lagune e i faraglioni che la ornano. E dei luzzu, le barche colorate dei pescatori, identiche a quelle che forse avevano i Fenici… Bisognerebbe raccontare tanto ancora, di queste isole solari. Ma forse è meglio andarci.
Giuliano Gallo

ISOLE JONICHE

ioniche

C’è un grande lago quieto, dove corrono i delfini. Un lago con le sponde orlate di baie verdi e quiete, inciso da lunghi fiordi silenziosi. E taverne tranquille, porti sicuri, acqua color menta, spiagge di sabbia bianca come neve. Un lago dove il mare non è mai cattivo, dove anche chi non ha dimestichezza con il mare può affrontarlo tranquillo, sapendo che non tradirà. Questo lago non ha un nome, perché in realtà non è nemmeno un lago: è una grande baia, chiusa fra la costa greca e una corona di isole cariche di storia e suggestioni. Lefkada, Skorpios, Itaca, Cefalonia, Zante, sono le isole che racchiudono il lago che non c’è. Poco lontano dall’animazione un po’ convulsa di Corfù, a sud dello Jonio.
Puoi navigarci d’estate, sicuro che il chiasso e la folla non ti schiacceranno, ma anche fino a ottobre inoltrato, quando già l’autunno scuote gli altri mari intorno, e la bora o lo scirocco gonfiano l’Adriatico di onde ripide e cattive. Puoi navigarci da solo o, se non ti senti sicuro, in una piccola flotta di barche guidate da un capobranco che conosce i segreti del grande lago. Magari partendo dalla costa, di fronte al canale di Lefkas. Lì dove l’isola di Lefkada si tiene aggrappata al continente con un ponte di ferro lungo 50 metri. Qui per 400 anni hanno governato i veneziani, e le tracce della loro colta arroganza sono sparse dovunque: piazze che paiono campielli, case basse e colorate come nelle isole della laguna, reti stese ad asciugare come a Burano o Chioggia. Ma anche scogliere bianche come le mitiche coste di Dover.
Mangerai, prima di partire con la piccola flotta, in una taverna orlata di tamerici e viti rampicanti: sarde alla brace, come lungo tutto l’Adriatico, calamari al vino, fagioli alle erbe e melanzane imbottite di carne. Poi via, a sud. Tre miglia appena, e la flotta lascia il canale per affrontare il lago che non c’è. C’è fondo, e dunque le barche navigano sotto costa, sfilando accanto a boschi e pinete che si aprono all’improvviso, regalando una baia o un villaggio. Ecco Lygia, col suo porticciolo pieno di caicchi, e poi Nidri, all’ingresso della grande baia di Vliho. Ma c’è troppa gente, troppi traghetti che corrono su e giù. Allora mettiamoci alla fonda nella baia di fronte al porto. Quell’isola che vedi è Skorpios, rifugio del leggendario Aristotele Onassis, mitico armatore greco la cui leggenda vive ancora. Viti ben curate, prati all’inglese, campi da tennis che si intravedono fra il verde. Non si può sbarcare, ma fermarsi alla fonda sì.
Tre miglia ancora, ed ecco Meganissi. Qui vivevano i pirati dello Jonio, i Tiafioi poi divenuti pescatori. Da terra arriva il profumo della macchia mediterranea, le baie si inseguono una dopo l’altra, invitandoti a restare. C’è un’aria quieta che nessun agosto riesce ad infrangere. Per dormire sceglieremo la baia di Atherinos, sulle cui sponde coltivano melograni, ulivi e alberi di mele. D’estate a Fanari beach una taverna vi regalerà gare di danza fra pescatori. Se vi sentite capaci, potete anche partecipare.
Stiamo andando ad Itaca, adesso. Itaca la rocciosa, Itaca carica di suggestioni difficili da decifrare. Luogo simbolo di ogni ritorno, cantata da Omero e da Kavafis. Ma prima una sosta a Kalamo, paradiso incontaminato dove una squadra di biologi marini studia le balene. Sotto le tamerici mangeremo pesce appena sbarcato, poi ci regaleremo un bagno dietro Kegali, dove un istmo ha creato una doppia baia di ineguagliabile suggestione. Lefkada è quasi finita, ma prima di fare il piccolo salto verso Itaca fermiamoci ancora a Sivota, lungo fiordo riparato dove è quasi obbligatorio fermarsi.
Ci vogliono tre ore di vela appena, per approdare nell’isola di Ulisse. Un altro mondo, dopo Lefkada: rocce, mulini a vento devastati dal tempo e dall’incuria, pochi alberi. Doppiato capo Aghios Nikolaos c’è Frikes, ricca di taverne accoglienti. Ma noi andremo a Kioni, monumento all’orgoglio degli isolani. A Kioni le case sono vecchie di secoli, e quasi tutte sono state restaurate con amore infinito. Era un luogo ricco, Kioni. Perché i suoi abitanti erano considerati i più bravi maestri d’ascia della costa, all’altezza di quelli di Lussinpiccolo. E dunque nelle case si ritrovano le tracce di un’opulenza ormai scomparsa. Qui la nostra piccola flotta potrà sostare per un poco, e noi potremo così addentrarci nel cuore dell’isola. Magari fino a Porto Polis, a Pelikata. Dove il leggendario archeologo Schliemann ha ritrovato i resti di quella che forse era la reggia di Ulisse. O invece per arrivare alla piana di Marathia, dove secondo Omero il navigatore tornato a casa aveva incontrato il suo porcaio Eumeo, la prima faccia cara dopo tanto peregrinare.
In mare di nuovo, adesso. Verso Vathi, il capoluogo dell’isola con i suoi tetti rossi distesi attorno alla grande baia. Un terremoto ha purtroppo distrutto, meno di cinquant’anni fa, i templi vecchi di mille anni e le ville lasciate dai veneziani, i castelli minacciosi e le chiese bizantine. Di loro rimangono solo le foto appese nelle taverne. Dove mangeremo l’agnello in salsa piccante e compreremo un modellino di barca per la nostra collezione di casa. Poi ci sposteremo più in là, in cerca di quiete. A Skinos bay. Luogo di quiete, la quiete che insegue sempre, anche senza dirlo, chi va per mare a bordo di una barca a vela.
E’ ora di tornare, adesso. Verso nord, risalendo le sponde del lago che non c’è. Ma torneremo, ne siamo certi. E la prossima volta da soli, con la nostra barca, resi sicuri da questo mare che è stato buono e generoso con noi.
Giuliano Gallo

PATAGONIA

patagonia

Un silenzio continuamente interrotto, frastagliato, invaso, violentato. Crepitii secchi, rombi lontani e cupi, boati. Il mugolare del vento e lo sciabordio del ghiaccio che naviga verso la dissoluzione. E poi la luce. Esagerata, eccessiva, totale: il bianco intorno che sembra cancellare il blu dell’acqua, un cielo di assoluta purezza, il verde acceso degli alberi, il giallo dell’erba che muore. Un mondo che si muove di continuo, un oceano imbalsamato che avanza ineluttabile verso il nulla, che si distrugge e si ricrea giorno dopo giorno, anno dopo anno. Indifferente agli uomini e alle cose.
Questo e molto altro è Patagonia del sud, lì dove la terra finisce. Parque Nacional Los Glaciares, patrimonio dell’umanità, un intrico di laghi e montagne, foreste e ghiacciai, fiordi e villaggi. Perito Moreno, Glaciar Upsala, Cerro Torre. Nomi che affascinano e spaventano, leggende di pietra e d’acqua. A duemila e settecento chilometri da Buenos Aires c’è un mondo sconvolto e affascinante: natura assoluta, totale. Appena graffiata dall’uomo, che può solo guardarla, senza nemmeno sognare di poterla piegare ai suoi voleri.
Si parte da El Calafate, villaggio di tremila anime ormai totalmente convertito al turismo. El Calafate se ne sta appollaiato sulle rive del Lago Argentino, a pochi chilometri da dove il Perito Moreno precipita in acqua. Un’immensa muraglia bianca che pare nascere dalle acque lattiginose del lago, come un mostro preistorico, un’immensa balena di pietra. Il Perito Moreno è il ghiacciaio più veloce del mondo, ti spiegano le guide: ogni anno percorre almeno un centinaio di metri.
Cinquant’anni fa la forza del ghiaccio aveva addirittura spazzato via un bosco e bloccato un braccio del lago. Una diga naturale che aveva provocato l’innalzamento delle acque e l’allagamento di tutti i villaggi attorno. Avevano provato a farlo saltare con la dinamite, ma non c’era stato niente da fare: il muro aveva resistito a lungo, fino a che era stata l’acqua accumulata a far esplodere il nuovo ghiacciaio. Poi, ogni tre o quattro anni, il Perito Moreno aveva replicato il suo spettacolo di potenza. Fino a quattro anni fa, quando di colpo le repliche sono cessate. Ma chissà, i capricci della montagna che si muove potrebbero ripetersi ancora, in futuro.
Arrivare in barca ai piedi del ghiacciaio è un viaggio breve ma talmente forte da lasciare attoniti: i tonfi dei macigni bianchi che precipitano in acqua, le cattedrali di acqua solida che si creano e si disfano, le piccole isole – libere finalmente dall’abbraccio della montagna che le ha partorite – che navigano placide. A “Bajo la sombras”, otto chilometri dai piedi del ghiacciaio, ci si imbarca per poter camminare ai margini del Perito: c’è un sentiero che in mezz’ora conduce alla base. Ramponi ai piedi, per due ore saliremo fin dove si può. E guarderemo, pieni di meraviglia, i crepacci di cui non si intravede il fondo, i mille colori che il ghiaccio prende grazie al sole che lo trafigge, i pinnacoli che domani non ci saranno più.
Ma non c’è solo il Perito Moreno. C’è anche l’Upsala, cinquanta chilometri di lunghezza, dieci di grandezza, tagliato in due da una lunga “morena scura”, un accumulo di rocce sabbia e argilla che il ghiaccio ha intrappolato per sempre. Il ghiacciaio Usala corre in una valle stretta e cupa, sorvegliata dalle cime delle montagne. E’ come navigare in una piccola Antartide, solo molto più accidentata, sconnessa e temibile. E ti prende a volte un vago senso di smarrimento, senti il peso di una solitudine estrema, la stessa che cattura chiunque viaggi lungo la Patagonia, a nord come a sud, lungo le immense praterie percorse dalle mandrie o fra i canali che chiudono il continente.
Adesso su verso nord, a vedere – solo dal basso, se non siete grandi scalatori – il Fitz Roy e il Cerro Torre, due montagne macchiate da molto sangue. Il sangue degli alpinisti che hanno provato a domare le due vette. Italiani, soprattutto, che caparbiamente hanno aperto vie lungo le pareti squassate dai gelidi venti che arrivano dai due oceani poco lontani. Ma non ci sono solo le montagne e i ghiacciai, nell’immenso parco de Los Glaciares: ci sono anche boschi bassi decorati da licheni, uccelli, cervi, guanachi, migliaia di lepri che servono da cibo alle grandi aquile more. Ci sono lunghe escursioni da fare a piedi o a cavallo, e piccole baie dove – nella stagione più calda dell’estate australe – sarà bello piantare le tende e riposare. Accompagnati solo da quel lontano fragore del ghiaccio che cammina.
Giuliano Gallo

GUADALUPA

guadalupa

L’Aliseo soffia piano. La barriera corallina è là, a pochi metri, l’oceano dopo la sua lunga corsa va spegnervi la sua forza. Sulla spiaggia bianca di Feuillère le palme gettano un’ombra gentile. E in quell’ombra riposano i contadini di Marie Galante. Hanno abbandonato la calura dei campi di canna e ora guardano il mare. La Guadalupa può essere anche questo: carri trainati da buoi che solcano i sentieri tra le piantagioni, carichi di canne appena tagliate, studenti che tornano dal chiasso di Point à Pitre col traghetto, contadini con le ceste vuote di ritorno dal mercato della capitale. Hanno lasciato il clamore e il lusso di Karukera, l’isola dalle belle acque, e approdano nella riposante tranquillità della loro piccola isola silenziosa. Meno di un’ora per tornare indietro di qualche secolo.
La Guadalupa è Francia. Territorio metropolitano, come la Martinica. Si parla francese, si compra in franchi, si spende come a Parigi, si trovano i Mc Donald’s. E come in Francia anche qui sono arrivate le tensioni sociali, sono sorte delle “banlieu” fatte di lamiera, si vive più di assistenza della madrepatria che di lavoro proprio. Un solo nome per due isole separate da un braccio di mare, due isole che assieme formano il profilo di una grande farfalla. Due isole che non si assomigliano per nulla: Grand-Terre, a est, è una pianura orlata da spiagge e costellata di alberghi, Basse-Terre, a ovest è invece la punta di un vulcano ancora attivo. Ne hanno fatto un parco naturale, uno dei pochissimi dei Caraibi: sentieri che si inerpicano sui fianchi del vulcano, una straordinaria foresta pluviale dove potreste incontrare i procioni lavatori, cascate (Chutes du Carbet) alte 115 metri.
Grand-Terre è piena di gente, di aerei, di traffico, ma non per questo è meno affascinante. Sulla punta est dell’isola ad esempio, a Pointe de Chateaux, c’è una scogliera vertiginosa contro la quale l’oceano scarica tutta la sua potenza. E sembra un frammento di Bretagna trascinato fin qui dal mare. A sud invece tutta la costa è un susseguirsi di spiagge come quelle che sogniamo nelle sere d’inverno: palme, spiaggia bianca da accecare e fine come talco, il blu intenso dell’acqua.
Insomma l’isola divisa in due asseconda tutti i desideri: chi ama il lusso e le discoteche, i club organizzati e i lettini sulla spiaggia può fermarsi a Grand-Terre. Chi invece preferisce il silenzio e la natura incontaminata dovrà scegliere Basse-Terre. E fermarsi magari in uno dei sei spartani rifugi sparsi lungo le foreste, nutrirsi di frutta comperata sulle bancarelle, fare il bagno ai piedi della cascata di Chutes du Carbet o sulle spiagge di sabbia nera a sud dell’isola. O invece comperare spezie al mercato, magari scegliendo un filtro d’amore che chiamano “retour doudou”, cioè amore ritorna.
Ma se volete capire cos’era questa terra prima che il turismo la facesse prigioniera, se volete entrare nello spirito dei Caraibi di un tempo, dovete assolutamente andare a Marie Galante. E’ un’isola piccola, ottanta chilometri quadrati appena, a 45 minuti di traghetto da Point-à-Pitre, che ha preso il nome da una delle caravelle che accompagnarono Cristoforo Colombo nel corso del suo secondo viaggio oltre oceano. Per anni è miracolosamente sfuggita alle fauci del turismo di massa, ora purtroppo hanno cominciato a scoprirla. Ma non sono ancora riuscita a cambiarne lo spirito. Andateci subito, dunque. Prima che sia troppo tardi.
Troverete colline dolci cariche di frumento e canna da zucchero, case colorate con i tenui colori pastello delle isole dei Caraibi, antiche distillerie di rum e i resti dei cento mulini a vento che alle distillerie regalavano energia fino a pochi anni fa. Dormirete nelle fattorie che chiamano “gites ruraux”, o in qualche villa coloniale trasformata in semplice albergo, ornata da grandi alberi di tamarindo vecchi di secoli. Mangerete cucina creola autentica: spigole allo zenzero cotte nella crema di latte, pollo in agrodolce avvolto in foglie di platano, frittelle di polpa di pesce aromatizzate al cumino. Girerete in bicicletta e in bicicletta conquisterete le spiagge deserte della costa sottovento, là dove la montagna fa da scudo all’impeto dell’Aliseo.
Ma c’è ancora un altro luogo, nell’arcipelago della Guadalupa, che forse potrà regalare emozioni ancora più dolci. Se anche Marie Galante vi sarà sembrata troppo affollata, se avete voglia di spingervi più oltre nella ricerca della solitudine che ogni isola nasconde in sé, allora dovete arrivare fino a Les Saintes. E’ un minuscolo arcipelago di nove isolotti, a poche miglia da Marie Galante. E di queste uno solo è abitato. Si chiama Bourg des Saintes, e ci vivono i discendenti di una comunità di bretoni approdata qui qualche secolo fa. Hanno gli occhi azzurri e la pelle scura, sono formidabili marinai come lo furono i loro antenati. Nella baia dove approda il traghetto vi accoglierà un piccolo pan di zucchero, come a Rio de Janeiro, e un villaggio di allegre case di legno con le strade piene di ibiscus e bouganvillee. E una spiaggia, dove farete il bagno assieme ad una colonia di iguane. Sarà difficile, molto difficile tornare indietro.
Giuliano Gallo

CORSICA

corsica

Dalla montagna più piccola della Corsica si vedono due cimiteri, un asino e le acque più limpide del Mediterraneo. Arrivare in cima è facile, perché la montagna è davvero piccola: poche centinaia di metri di roccia scabra. Ma lo spettacolo mozza il fiato lo stesso. Lavezzi sta lì dove la Corsica finisce, a sorvegliare le bocche di Bonifacio con le sue pietre scabre, levigate da secoli di un vento che non conosce né sosta né pietà. Non è nemmeno un’isola, a ben vedere. Solo un pugno di scogli fra i quali è difficile aggirarsi, lagune dalle inverosimili trasparenze, spiagge candide o rosate, a seconda di come le colora il sole. I cimiteri raccolgono le spoglie dei marinai della Sémillante, venuta a morire qui nel 1855, mentre trasportava truppe dirette alla guerra di Crimea. Morirono in 773, ancora oggi il più terribile naufragio mai accaduto in Mediterraneo. Li hanno sepolti divisi, ufficiali da una parte, marinai e soldati dall’altra.
Dalla montagna più alta invece si abbracciano, nelle giornate di maestrale che puliscono l’aria, entrambi i fianchi della grande isola: i calanchi di Porto a Occidente, il golfo di Sagone, e più giù il profilo di Ajaccio. Ad Oriente le pianure che digradano fino agli stagni di Diana, la costa bassa e sabbiosa, il profilo lontano dell’isola d’Elba. D’inverno qualche volta si riesce a vedere anche l’Italia. E’ alto 2706 metri, il monte Cinto. Un vulcano ormai spento da millenni, sulla cui cima vola l’aquila reale simbolo dell’isola. Ci vogliono molte ore di cammino per arrivarci, e occorre essere un poco alpinisti. Ma a indovinare la giornata lo spettacolo ripagherà sicuramente della fatica.
Nei secoli prima di Cristo i Fenici, arrivati fin qua spinti dalla loro inesauribile ansia di scoprire, la chiamarono Korsai, che nella loro lingua vuol dire “foreste”. Perché era verde, la Corsica. Verdissima. Poi vennero i romani, e saccheggiarono i suoi boschi per costruire navi, e poi ancora i francesi, e poi i pastori che bruciavano gli alberi per ricavarne pascoli. Ma lei ha resistito ai colpi dell’avidità, e oggi il cuore della grande isola è un parco naturale, intoccabile. Dove crescono faggi, pini, abeti, larici, betulle, castagni. E in mezzo alle foreste fitte corrono strade tortuose (il tormento della Corsica, che non ha ancora strade moderne) e sorgono piccoli deliziosi paesi spesso abbandonati.
Perché, se per chi arriva dal mare l’isola è un paradiso di spiagge, baie, calanchi, per chi invece sceglie di scoprirla per via di terra la Corsica si rivela paese “alpino”, di una bellezza aspra e incontaminata. Per convincersene basta scegliere uno dei tanti itinerari che solcano l’interno dell’isola, come quello che corre da Bastia ad Ajaccio lungo la strada 193, poco più di centocinquanta chilometri lungo la dorsale centrale. Prima stagni lungo il mare, poi colline che si fanno sempre più erte e ripide. Sulla destra il profilo massiccio del monte Cinto, attorno la regione della Castagniccia prima (fermatevi a Morosaccia, villaggio disseminato fra i boschi di castagne, patria dell’eroe isolano Pasquale Paoli), poi in quella del Bozio.
E tornerete indietro di mille anni, forse più: montagne aspre e nude, sentieri stretti che legano uno all’altro minuscoli villaggi. Fino ad arrivare a Corte, la prima capitale della Corsica, cuore geografico e ideale dell’isola. Giratela, perdetevi nei vicoli della città alta, poi tornate pure alle solitudini della montagna. Alle gole di Restonica, magari: una fessura nella montagna profonda più di 400 metri, con l’acqua che corre tumultuosa fra pareti di roccia dorata. In alto vigilano castagni e pini. I sentieri si percorrono a piedi, il parco deve essere abbandonato prima che cali il buio. Ma nelle ore di cammino scivolerete accanto a laghi minuscoli di limpida bellezza, come quello di Mello o il lac de Capitello. Vi farà compagnia solo il belare delle pecore chiuse negli stazzi di pietra. Giù nella valle vi attende Ajaccio, l’altra faccia della Corsica.
Ma da Corte un’altra strada conduce anche fino a Porto, assieme a quello di Girolata forse il golfo più bello della Corsica. E’ la valle più isolata, quella protetta (o segregata) dalle montagne più alte. La strada costeggia la foresta di Valdu-Niellu, la più grande dell’isola, dove crescono larici vecchi di 500 anni e più. D’inverno qui si può anche sciare, perché sopra i mille e duecento metri la neve inizia a cadere già in novembre. Sono i picchi che si scorgono anche dall’Italia, quando i venti da nord puliscono l’aria. La valle era un tempo l’unico percorso per raggiungere Corte. E infatti nella foresta corre la strada antica del Golo, che procede lungo il percorso del fiume, salendo di 500 metri in meno di venti chilometri. Sulla parete si vede ancora il sentiero che nell’Ottocento percorrevano i muli, una scala intagliata nella roccia con infinita pazienza e terribile fatica. E’ la scala di Santa Regina, monumento all’invincibile ostinazione dell’uomo.
Ma prima di scendere giù ai vicoli di Porto, e magari rotolarsi su una delle magnifiche spiagge che circondano la città, passerete per il col de Verghio, che con i suoi 1477 metri è il passo più alto della Corsica. Spesso è chiuso per neve, anche per sei mesi. Ma se riuscirete a valicarlo, godetevi il panorama che vi offre. E fermatevi a capu Tafonatu, un “buco” nella roccia attraverso il quale il sole costruisce giochi di incredibile suggestione. Dice una leggenda che quel buco lo abbia fatto il diavolo, scagliando il suo aratro verso il mare dopo una lite con San Martino.
Il viaggio sta per finire, la montagna è dietro le spalle. Gli occhi, la pelle, la testa chiedono acqua dopo tanti alberi? La Corsica, montagna in mezzo al mare, è pronta ad accontentarvi: là sotto ci sono le acque che avete intravisto percorrendo le strade tortuose, quel baluginìo che compariva ogni tanto fra i pini. E vi aspettano.
Giuliano Gallo

CUBA

cuba

I “torcedor” dicono che un “puro” va gustato subito, il giorno dopo essere stato creato. Solo così si riesce a catturare la sua anima. Loro lo sanno perché di “puros” sono capaci ci produrne anche 180 in un giorno solo. E lo sanno perché il vizio che l’umanità, fra mille reticenze, ora sta cercando di scrollarsi di dosso è nato qui, in questa valle: è in questa valle che Cristoforo Colombo aveva scoperto lo strano rito degli indios, che arrotolavano le foglie di un arbusto chiamato “cohiba” e le fumavano tendendole direttamente in bocca, oppure infilate in una canna biforcuta che infilavano nelle narici. Gli indios chiamavano quelle foglie “tabacs”, e attribuivano loro potenti virtù religiose e medicinali. I marinai avevano portato quelle foglie color smeraldo in Europa, e il vizio del tabacco era presto diventato una fonte di ricchezza.
A Cuba, nella valle di Pinar del Rio, lo è ancora. Ma è anche qualcosa di più. Un rituale cantato dai poeti, un’arte orgogliosa, una fonte di ricchezza. Nemmeno Fidel Castro è riuscito a rendere collettiva la coltivazione del tabacco: ancora oggi l’ottanta per cento dei campi è coltivato da piccoli agricoltori sui loro “vegas”, i campi che Josè Martì aveva cantato con tutto il lirismo di un popolo intriso di poesia. Piante curate “come fossero una signora delicata”, che il contadino accarezza “con le sue mani, proteggendole dai raggi eccessivi del sole, dai raggi traditori, dal rude potatore, dall’umidità che ne è la rovina”. Un lavoro troppo delicato per poterlo affidare agli schiavi: nella valle del tabacco per secoli hanno lavorato solo uomini liberi. Ci vogliono ottanta operazioni diverse per creare un sigaro cubano. E ogni passaggio ha un suo specialista, e ogni specialista ha un nome: c’è il “despalillero”, l’uomo che spoglia l’arbusto delle sue foglie, il “regazado” che le seleziona in base al colore e alla gradazione, il “tabaquero” che li confeziona materialmente, arrotolandoli uno ad uno con un gesto antico e veloce. E poi ancora “l’escogedor” che li divide in base al colore e li divide nelle scatole, “l’anillador” che li adorna di un anello di carta, il revisador che deve controllare la qualità finale del prodotto.
Nella valle di Pinar del Rio nessuno parla mai del male che quei piccoli capolavori di artigianato possono provocare, del cancro, della battaglia che il mondo ha ingaggiato contro di loro. Sanno solo di essere l’elìte della classe operaia cubana, sanno che Cuba sopravvive anche grazie al loro lavoro: il dieci per cento delle esportazioni cubane lo producono loro. Una buona annata frutta anche 50 mila tonnellate di tabacco, dalle quali si possono ricavare 300 milioni di sigari di 140 qualità diverse. Ma i “tabaqueros” sono anche colti, molto di più della maggioranza dei loro compatrioti. Perché dal 1864 in ogni fabbrica di sigari c’è qualcuno che – mentre gli altri arrotolano destramente le foglie – legge. Legge notizie che arrivano dal mondo ma anche romanzi e saggi. Ogni mattina per 45 minuti qualcuno ancora oggi legge per venti minuti notizie nazionali, per altri quindici quelle internazionali e per dieci le ultime di sport. Al pomeriggio invece si passa ai romanzi.
Ma la valle del tabacco non offre solo folklore e sigari: a poco più di venti chilometri da Pinar del Rio c’è uno dei luoghi più belli di tutta l’America Latina, la valle di Vinales. La strada si arrampica serpeggiando fra le colline cosparse di “bohìos”, le case col tetto di paglia dei contadini, uguali a quelle che gli indios costruivano mille anni fa. Si sale verso la Cordillera de los Organos, mentre la foresta di pini si fa più fitta. E all’improvviso compare la valle, protetta da una corona di piccole delicate montagnole che paiono guardiani di pietra. Si chiamano “mogote”, e sorvegliano i campi senza però incombere su di loro. Così la valle rimane ampia, serena. Giù in basso un mosaico di terra rossa e macchie verdi di tapioca, il colore forte degli aranceti, le lunghe foglie dei banani. Non c’è più il tempo, qui. I buoi trascinano lenti gli aratri, i contadini corrono a cavallo lungo sentieri stretti, alzando nuvole di polvere fina. E’ il luogo più antico di Cuba, il più suggestivo: 160 milioni di anni fa la vallata aveva un tetto, ma l’acqua aveva scavato centinaia di caverne sotterranee, e alla fine il tetto era crollato. Di quei fiumi restano le tracce sparse lungo il pianoro: corrono fra i campi e poi di colpo scompaiono, ingoiati dalla terra come per magìa. E nelle caverne per secoli si sono nascosti gli schiavi in fuga, lasciando i resti degli attrezzi che si erano portati dietro.
E’ ora di tornare verso l’Avana, lungo la strada inutilmente ampia, solcata solo da qualche vecchia Buick o dalle Lada dei funzionari di partito. Sulle verande dei “bohìos” i vecchi assaporano il loro sigaro, guardando lontano. Ecco Pinar del Rio, la capitale della provincia. Il centro è una lunga fuga di portici orlati da capitelli corinzi, un passeggio d’ombra per sfuggire alla calura dell’isola. Era una città ricca, Pinar, e in qualche misura lo è ancora. I segni di un benessere antico sono sparsi un po’ ovunque. Guardate il teatro dedicato a Josè Jacinto Milanés, ad esempio: puro stile neoclassico, ma costruito servendosi solo di legni pregiati dell’isola. Il tempo e l’umido lo stavano sbriciolando, ma ora lo hanno restaurato, e sembra tornato a nuova vita.
Nel vecchio carcere di Calle Maceo invece quarant’anni fa hanno impiantato una fabbrica di sigari. Qui nascono quelli dedicati al consumo interno, non quei piccoli gioielli dedicati all’esportazione.

CRETA

creta

Sì, d’accordo, la civiltà minoica, il mito del labirinto, Teseo, Arianna. Minasse, il Minotauro, i musei, i monasteri, le montagne. Ma basterebbe Balos da sola a giustificare un viaggio fino a Creta. Balos è una spiaggia, ma una spiaggia come è difficile trovare altrove: una spiaggia da conquistare a piedi, dopo aver percorso sette chilometri lungo una strada sterrata e pericolosa, sfiorando precipizi paurosi. Una taverna come tante, un sentiero, mezz’ora di cammino, ed ecco la meraviglia. Un’immensa falce di sabbia chiara che scivola in mare in maniera quasi inavvertibile, con gioco di maree che cambia di continuo geometrie e colori. Sembra un’isola delle Incoronate, solo più piccola, sembra un brandello di Polinesia gettato lì per caso, sembra quello che è: un luogo unico e straordinario.
Ma naturalmente Creta non è solo questo. Creta è grande, immensa. L’isola più grande della Grecia, una delle più grandi del Mediterraneo. Così grande da essere divisa in quattro differenti regioni: Chanion, Rethimnou, Irakliou e Lassithiou. Così grande da poter vantare montagne coperte di neve, foreste, lunghe strade veloci, città che paiono piccole metropoli. E una congerie di villaggi di inaudita bellezza, che il governo sta pazientemente restaurando un poco alla volta. Creta è spiagge immense e calette minuscole, tesori d’arte e sorrisi, folla e solitudini. Basta sapere dove andare. A nord ad esempio c’è la quiete: a Vamos, giusto a metà strada fra Chania e Rethimnou. Vamos è com’è sempre stata: case bianche e strade di sassi, vigneti e alberi di ulivo vecchi di secoli tutto intorno sulle colline. E un ritmo di vita che non si fa sedurre dalle frenesie che arrivano da lontano. Dietro, alle spalle del paese, veglia una montagna coperta di neve anche in estate. Giù in fondo il mare, con piccole cale da raggiungere in barca o lunghe spiagge di dune sabbiose a poco meno di un‘ora di macchina.
A est invece c’è più gente. Perché è lì, nella regione di Lassithiou, che ci sono gli scavi archeologici più importanti, le città con il maggior numero di monumenti, l’altopiano di Tzermiado con i suoi 7 mila mulini, il porto di Aghios Nikolaos con i resti del dominio veneziano. E la spiaggia di Vai, la più famosa – e dunque la più frequentata dell’isola: una lunga falce di sabbia sorvegliata da 5 mila palme, acqua chiara e tanta gente. Che per fortuna arriva sempre sul tardi: se riuscite a svegliarvi presto, potrete fare un bagno in assoluta (quasi) solitudine. Ed è magnifico nuotare con quell’esercito di alberi alti e dritti che se ne stanno lì sulla terra, come soldati di un esercito innocuo.
E perché non andare a Chrissì? Chrissì è un’isola minuscola a 45 minuti di barca da Elafonissos. Un’isola deserta, impastata di sabbia e cespugli di lentisco, cedri e ginepro. Oppure a Matala, con le sue grotte sulla spiaggia che ricordano la Cala Luna della Sardegna. Qui venivano gli hippies a cercare l’oblìo, ma era tanti anni fa. Oggi è un pellegrinaggio forse un po’ malinconico, specie per chi è stato giovane in quegli anni. Ma vale la pena comunque farci un salto.
Ma Creta è soprattutto la regione di Irakliou. Perché è qui che è nata la civiltà Minoica, è qui che sorgono i luoghi dei quali abbiamo studiato la storia: Crosso, Festo, Gotrina, Tylisos, Amnissos. Heraklion, la capitale dell’isola, nasce nell’824 come città araba, cresciuta sulle rovine dell’antica Eraclea. Per secoli fu base di pirati e di mercanti di schiavi, fino a quando, 137 anni dopo la sua fondazione, i bizantini riuscirono a distruggerla dopo un assedio durato mesi. Oggi della dominazione araba non rimane più traccia, perché gli assedianti avevano provveduto a distruggere quel covo di pirati senza dio fin dalle fondamenta. Da quelle rovine nacque Candia, che sarebbe poi divenuta città veneziana per eccellenza. E veneziane sono le mura che ancora oggi la circondano.
Ad appena cinque chilometri dalla città ci sono i resti di Cnossos, con i suoi 4 mila anni di storia: il primo palazzo Minoico venne costruito nel 1900 avanti Cristo, e sarebbe stato distrutto da un terremoto 200 anni più tardi. Venne caparbiamente ricostruito, ancora più grande e più bello. Ma l’eruzione del vulcano di Santorini finì per distruggerlo di nuovo. Di quell’area immensa, che copriva 22 mila metri quadrati, restano oggi le rovine, testimoni ultimi di una potenza e una ricchezza che non ebbero uguali in tutto l’Egeo.
Intorno, a sud della capitale, una miriade di villaggi nei quali rifugiarsi se l’affollamento soffoca: Matala, famosa per la sua spiaggia nera, Lendas, villaggio di pescatori costruito su una lunga striscia di sabbia bianca, Kokkinos Pyrgos, dove la spiaggia è un misto di sabbia e ghiaia grigia. Luoghi quieti, antichi tanto da parere senza tempo. Luoghi dello spirito.
Giuliano Gallo